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Qualche giorno fa abbiamo incontrato Marco Fassinotti e abbiamo passato una mattinata a parlare con lui. Quello che è venuto fuori è stata una lunga intervista che abbiamo diviso in due parti. Al link trovate la prima parte.

PRIMA PARTE

Ma è così facile vivere da soli? Quali sono i principali ostacoli che si incontrano nel lasciare la casa di sempre e ripartire da zero?

Vivevo già da solo a Torino. I miei si sono separati presto e io ho sempre vissuto con mamma, ma lei comunque lavorava. Siamo molto simili quindi appena ho avuto la possibilità sono andato a vivere da solo, a 21 anni. In quel momento ho avuto difficoltà perché avendo mia mamma vicina sentivo diversi problemi risolvibili e sapevo di avere sempre lei a disposizione. A Birmingham non ho fatto fatica perché lì non c’era mamma. Era quello che volevo. Avere una vita quotidiana, una routine di tutti i giorni mi ha aiutato a non perdere la concentrazione sull’obbiettivo che volevo raggiungere. E’ pesante ma non ti senti mai perso.

Per quanto riguarda la lingua diversa le prime 2-3 settimane facevano le battute e non le capivo, ridevo senza capire veramente. L’inglese lo conoscevo molto bene scolasticamente, in pochi mesi però ho imparato tutto”.

Allenatore nuovo, vita nuova, nuovi risultati e PB, un testa a testa con Gianmarco Tamberi che ha portato i due atleti a riscrivere continuamente i Record Italiani di Salto in Alto. Poi qualcosa si è rotto.

Poco più di un anno fa l’Italia avrebbe dovuto schierare tre atleti sulla pedana del salto in alto alle Olimpiadi di Rio: Marco Fassinotti, Gianmarco Tamberi e Silvano Chesani. Le possibilità di fare bene erano alte, ma un infortunio ha fatto sì che solamente Chesani potesse arrivare a vivere il suo sogno a cinque cerchi.

La frattura all’astragalo ha messo ai box Marco, che per più di 10 mesi non ha potuto neanche correre. Dall’avere tutto si è trovato a non avere più niente, con la possibilità di non tornare più a saltare dietro l’angolo. Per mesi si è sottoposto a fisioterapia, riabilitazione e visite mediche, e un anno dopo è riuscito a mettersi al collo la medaglia d’argento alle Universiadi. Ad oggi si allena stabilmente a Roma con Stefano Serranò, ha scelto personalmente le persone che formassero il suo team e che lo seguissero nel percorso di guarigione, e se possiamo dirlo, di rinascita.

Fisicamente ci sono momenti in cui non ci sono alternative al lavoro. E’ vero che il lavoro deve essere basato sulla persona, che deve essere basato su fonti scientifiche, dopo che il programma è scritto però devi farlo. Ho avuto fortuna di venire a fare riabilitazione a Roma perché sapevo che qui mi sarei scelto io le persone che mi avrebbero seguito, non ho contestato quello che mi dicevano di fare. A livello mentale ho scoperto quello che non sapevo di me. Per quanto mi fossi sempre ritenuto gran lavoratore anche mentalmente forte, lo sapevo razionalmente ma non ne ero convinto dentro. Un anno dopo (l’infortunio) so che non c’è niente nella vita e nell’atletica che mi può far cadere. Se sono stato più forte di questo, non ho più paura di niente. Non basta solo la volontà, non è una cosa che puoi fare da solo, ti devi fare un culo pazzesco, se ci credi e hai accanto le persone giuste è tutto possibile. Come persona sono arrivato alla conclusione che tutto quello che vogliamo, che pensiamo e che vorremmo essere, è dall’altro lato della paura. Ho pensato che se avessi fatto tutto alla perfezione, che se avessi fatto tutto quello che avrei dovuto fare ce l’avrei fatta”.

Per un atleta subire un infortunio del genere, sopratutto prima di un’Olimpiade, può significare due cose: mollare tutto o tornare più forte di prima. Marco è riuscito a tornare, nonostante tutto, e adesso sta pensando solamente a tornare sui suoi livelli, per poi puntare al PB nel 2019.

Lo scorso con solo due mesi di preparazione ho saltato 2.29m, quindi in teoria non ci dovrebbe essere motivo per cui non riesca a saltare 2.33m, e per questo anno mi basterebbe come misura. Dopo aver vinto la medaglia alle Universiadi ed essendo competitivo a livello europeo l’idea è quella di puntare a una medaglia a Berlino. Questo anno mi farà anche un po’ da base per i prossimi due anni. In questi mesi ci sarà da fare un grosso lavoro di preparazione invernale. Sono due anni che salto la preparazione, ho bisogno di creare anche delle basi di forza che mi portino fino al 2020″.

Per quanto riguarda i Mondiali Indoor di Birmingham inveceal momento non sono una priorità. Mi piacerebbe partecipare ma non me ne farei un cruccio se non succedesse. Do la precedenza al lavoro piuttosto che alla performance. Farò le indoor anche per verifica per vedere se quello che sto facendo sta funzionando.”

Guardando nel lungo periodo, quando l’atletica sarà presente nella sua vita, ma non più come atleta Marco ha le idee ben chiare solamente su un punto: Mi piacerebbe accompagnare dei ragazzi al campo nella loro crescita personale. Il che non vuol dire saltare per forza alto, vuol dire che facendo qualcosa che ti piace puoi acquisire sicurezza e conoscenza in te stesso. Siccome questa è la cosa che io sento che l’atletica mi ha dato come persona, voglio restituire questa cosa all’atletica. Dall’altro lato non so cosa farò ma so cosa non farò. Non continuerò a inseguire il risultato. Quando si chiuderà questa parentesi della mia vita che io spero duri fino al 2024, io vorrò vivermi il resto senza l’idea di dover essere per forza il numero uno in quello che faccio. Vuol dire essere presente a te stesso, senza chiedersi di nuovo di di essere sempre al limite perché è una vita bellissima però a un certo punto anche basta”.

Una curiosità. Abbiamo chiesto a Marco quale fosse il lavoro dei suoi sogni da piccolo, sapete cosa ci ha risposto? “Il guardia parco“.

Foto Chiara Montesano/trackarena.com

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