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È un venerdì mattina e sono allo stadio della Farnesina di Roma per conoscere e intervistare uno dei tre moschettieri del salto in alto italiano: Marco Fassinotti.

Da qualche anno a questa parte non lo abbiamo visto molto spesso sulle piste di atletica in Italia, perché Marco nel 2013 ha deciso di stravolgere la sua vita e le sue abitudini per inseguire il suo sogno. Dopo due anni in cui non riusciva più a migliorare i 2.29m saltati nel 2011 ha fatto le valigie e si è trasferito a Birmingham, nel Regno Unito, per allenarsi con Fuzz Caan, l’allenatore di Robert Grabarz.

Al tempo studiavo lettere e filosofia. Mi sono trovato un po’ a un bivio: mi sono detto, o studio solamente, o mi alleno come voglio fare io, e cioè non come sto facendo adesso.” Così ha iniziato a contattare degli allenatori con l’idea di “Voler rivoluzionare tutti i miei stimoli, partendo dal trovare un ambiente che mi piacesse, al trovare un’idea tecnica che mi piacesse e non allenarmi da solo ma con atleti del mio livello”. A dicembre la svolta, con qualche mese di ritardo Marco riceve una risposta da Caan e non ci pensa due volte: a gennaio era su un volo di sola andata direzione Birmingham. “Io sono così. Se una cosa la voglio, non ci penso molto”.

A differenza dell’Italia, in cui le strutture indoor scarseggiano, nel Regno Unito ci sono molti più campi al chiuso, anche a causa delle diverse condizioni meteorologiche. Il metodo di allenamento è diverso e così anche le scelte federali ma alla base c’è una mentalità diversa: “La gente normale ha una cultura molto diversa dell’atletica. Là gli atleti sono molto considerati e conosciuti. Questa cosa ha ovviamente un peso negli investimenti e nelle scelte che vengono prese. Ad esempio, nei quiz televisivi sono sempre presenti domande sugli atleti”. Basti guardare un filmato dei Mondiali di Londra con lo stadio Olimpico completamente pieno di spettatori e biglietti sold out per ogni giornata di gare.

A Birmingham Marco ha avuto la possibilità di allenarsi con un grande campione di salto in lato: Robert Grabarz. Il confronto con altri atleti del proprio livello è molto importante durante gli allenamenti, specialmente se si hanno solamente 22 anni. I due hanno un buon rapporto basato su una stima reciproca: Fassinotti stima Grabarz per le medaglie che il secondo è riuscito a vincere nella sua carriera, Grabarz stima Fassinotti per la forza ed il coraggio che ha avuto nel lasciare tutto e trasferirsi in un’altra nazione per potersi allenare e migliorare.

Alla fine la base del rapporto è stata questa e da qui è nata la voglia di stimolarsi costantemente in allenamento, sfidarsi negli esercizi. Questo è stato uno degli aspetti più belli della mia esperienza a Birmingham; quell’aspetto che magari nella stanchezza e nella difficoltà ti tira fuori qualcosa in più. Se sei da solo al campo a 22-23 anni è più difficile da tirare fuori. Ora a 28 anni sono una persona diversa e so anche auto stimolarmi, ma è passato anche da una conoscenza di me, di quello che vuol dire fare atletica ad alto livello, capire quali sono i miei mezzi e cosa devo aspettarmi da me in allenamento, capire che c’è una linea sotto cui non devo abbassarmi”.

La vita di un atleta, specialmente se ha deciso di allenarsi in una città diversa dalla propria, è costellata di continui viaggi e spostamenti; che siano per gare, raduni o anche solo per andare a trovare i propri amici.  Il rischio di questa vita è quello di non riuscire più a sentirsi a casa in nessun posto.

Non mi sento più a casa da nessuna parte; i primi 6 mesi che ho realizzato questa cosa ho un po’ patito. In realtà questa cosa mi dà la libertà di godermi e trovarmi bene il posto in cui sto. Vuol dire per me fondamentalmente due cose: la prima è avere grande capacità di organizzazione, perché se nella valigia dimentichi qualcosa di fondamentale per l’allenamento o per la dieta sei fregato. La seconda cosa, altrettanto fondamentale ma su cui ho dovuto lavorare di più, è l’apertura. Vuol dire non avere pregiudizi. Non avere il pregiudizio che a Roma mi troverò male perché c’è il traffico, che a Birmingham vivrei male perché fa freddo, che il mese che ti devi fare a Latina in camera iperbarica sarà uno schifo perché Latina è una cittadina. Alla fine vuol dire andare e vivere per quello che si è e che si vuole fare in quel momento“.

La chiacchierata con Marco è stata molto lunga e ci ha raccontato tante cose di sé, così abbiamo deciso di dividere in due la sua intervista. Nel prossimo articolo ci parlerà, tra le altre cose, dei suoi progetti futuri e dell’infortunio che gli ha impedito di partecipare alle Olimpiadi. Stay tuned!

Foto Chiara Montesano/trackarena.com

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