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Nike Breaking2 Eliud KipchogeNiente da fare: la barriera delle 2 ore non è stata abbattuta. Si deve però ammettere che un po’ di storia si è corsa oggi a Monza all’interno dell’Autodromo Nazionale. Eliud Kipchoge si avvicina di pochissimo al limite dei 120 minuti e chiude la 42km in 2h00’25. Quei 25 secondi non stanno a indicare un fallimento, al contrario una vittoria: Breaking2 rappresenta la certezza che l’impossibile possa diventare possibile.

E’ giusto però partire dal principio: Nike è da due anni che progetta l’evento e ha programmato tutto nei minimi dettagli. Partenza alle 5:45 del mattino in un atmosfera surreale; luci, megaschermi e un silenzio pieno di aspettative. Tra gli spettatori giornalisti, fotografi, atleti, tutti (un po’ assonnati) aspettando lo start. Dal nero della pista che si fonde con il cielo spuntano all’improvviso i “gladiatori”, in vesti nere, generando un’esplosione di applausi.

Sono i coraggiosi Pacer, una ventina in tutto, che aiuteranno Eliud Kipchoge, Zersenay Tadese e Lelisa Desisa durante tutti i 17 giri. Mancano ormai pochi minuti alla partenza ed è tutto pronto: la Tesla che precede gli atleti parte, proiettando dietro di sé un laser che definisce la velocità necessaria per scendere al di sotto del fatidico muro. Il primo passaggio è trionfale: nella luce dell’alba i Pacer proteggono i tre “eroi” come un corpo unico, con una falcata perfetta, da manuale.

I minuti passano, i km pure e la fatica inizia a farsi sentire soprattutto nello occhi degli atleti: quelli di Kipchoge, scuri e profondi consapevoli di ciò che sta accadendo, di Tadese, stanchi ma con un forza nascosta al loro interno, e del giovane Desisa, pieni di speranza e ardore. Lentamente un giro dopo l’altro Desisa e Tadese non reggono più al passo proibitivo delle lepri e cominciano a perdere terreno. Ai 21,097 km passaggio in 59’49” che fa ben sperare per il crono finale.

Al 25° km Kipchoge rimane da solo con una falcata ancora fluida, nonostante la fatica accumulata nei muscoli. Fino al 30esimo km aleggia ancora nell’aria la speranza di un “breaking-2-hours”, ma guardando il cronometro al 35° km si capisce che oramai è fatta: non sarà possibile recuperare i secondi di svantaggio. Gli ultimi chilometri di gara sono minuti di tensione, sia per gli atleti che per il pubblico: vi è ancora l’illusione che in un qualche modo Eliud possa prendere il volo e stupire il mondo intero.

Ultimo giro: sul volto del kenyano, campione olimpico di Rio 2016, si staglia un sorriso, tipico di chi sa di avercela messa tutta e ne è soddisfatto. Sull’ultimo rettilineo le lepri si fermano una alla volta e incitano il loro protetto, lo spronano, e Eliud Kipchoge, in una marea di grida e applausi, taglia il traguardo. Tutti gli occhi puntano al tabellone: 2 ore, 0 minuti e … 25 secondi. In un primo momento la reazione della gente è un mix di delusione e rabbia, ma non appena lui, Eliud, raggiante, accorre ad abbracciare uno dei suoi fidati Pacer, compagno di avventura, la rabbia passa e lascia il posto alla gioia e all’ammirazione.

Da questo punto di vista Breaking2 è stato un immenso lavoro di squadra, e perciò rappresenta una novità nel mondo dell’atletica leggera. Innovativo anche il format: più che una semplice gara l’evento Nike è stato uno spettacolo di intrattenimento, completo di videoclip e interviste a personaggi famosi come Carl Lewis e Shalane Flanagan.

Breaking2 non ha portato a termine il suo obiettivo, ma ha saputo darci spunti riguardanti il futuro della maratona su cui rilfettere: correre al di sotto delle due ore è possibile e si spera che una prossima manifestazione di questo genere possa essere aperta a tutti, così da diffondere questa magnifica disciplina, lontana sempre di più dai riflettori e dal pubblico stesso.

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