Osaka 2007 e la scintilla Andrew Howe

Quando nell’ambiente dell’atletica si sente parlare della gara di salto in lungo maschile di Osaka 2007 le parole cominciano ad essere pesate con cura, si cerca di toccare quel tasto con la delicatezza che si deve avere quando non si sa se essere felici o tristi. Io e quelli della mia generazione ne abbiamo sentito solo parlare, ne abbiamo visto qualche video o magari il video di 27 minuti con telecronaca in russo che mostra quasi tutta la gara.

Durante le qualificazioni i risultati più importanti sono l’8.28m del Sudafricano Mokoena, l’8.22m del jamaicano James Beckford e soprattutto l’8.22m piazzato al primo salto del campione in carica Dwight Phillips. Altri nomi di rilevo si qualificano alla finale: il tedesco Christian Reif fa il suo PB con 8.19m, l’italiano Andrew Howe salta 8.17m, il panamense Irving Saladino 8.13m ed infine l’ucraino Oleksey Lukashevych 8.11m. Tra gli eliminati sfilano atleti come il britannico futuro campione olimpico e mondiale Rutherford ed il portoghese Evora.

Finale. Al primo turno di salti subito Phillips vuole mettere le cose in chiaro: salta 8.30m ed esulta nel modo più spontaneo possibile, cominciando a sbattere i piedi per terra e a scuotere le spalle come preso da uno spasmo.

Il secondo turno è molto più movimentato. Saladino pareggia il salto di Phillips: 8.30m. Poi Lukashevych piazza un 8.17m ed il nostro Howe un 8.13m. Al terzo turno si aggiunge ai pretendenti per il podio anche Mokoena (che in qualificazione era stato il migliore), che con i suoi occhiali con le lenti viola fa 8.19m e si prende il terzo posto, ma sopratutto Saladino mette una seria ipoteca sul titolo con un balzo da 8.46m. L’italiano Howe, invece, fa 8.12m, un centimetro in meno del salto prima, e scuote però la testa, come d’altronde in ogni salto dall’inizio della gara. Si dice che a Rieti qualche tempo prima avesse fatto un salto nullo di un millimetro che era circa di 8.40m.

Al quinto e penultimo turno, però, Howe salta 8.20m, e si mette sul provvisorio podio! All’inizio esulta, ma un secondo dopo torna a scuotere la testa. Potrebbe non bastare per il bronzo. E infatti: ultimo turno di salti, Lukashevych con la sua rincorsa con il bacino bassissimo che fa sembrare che corra da seduto non lascia nemmeno un centimetro alla pedana e fa 8.25m; terzo posto provvisorio e Howe scalzato.

Tocca a Andrew, che è calmo. Ha pur sempre 22 anni e una carriera davanti. Sembra un concentrato di adrenalina canalizzata: non appare nervoso. Fa un salto incredibile e comincia ad esultare, “I am the best!!!” urla ad una telecamera, si strappa quasi la maglia, tutta l’adrenalina esce fuori. Tutto questo prima ancora che venisse misurato il suo salto. Diciamo che a occhio si capiva che era un bel balzetto. La madre-allenatrice René Felton in tribuna comincia a piangere di gioia e saltellare incredula. 8.47m! Il tabellone segna 8.47! Primo posto! Record italiano!

Ma, a proposito, Phillips? Il campione in carica si ritrova terzo, ha fatto diversi nulli. La sua espressione prima di saltare è quella di “Ora vi faccio vedere io…” Onde evitare di fare un altro nullo porta un po’ indietro la rincorsa. Fa un salto strepitoso, ma lascia 25 cm alla pedana. Era andato troppo indietro con la rincorsa. 8.22m, fatti così. Resta terzo.

Manca Saladino, che sembra avere un’espressione tranquilla, un po’ come quella che Howe aveva prima dell’8.47m che lo ha superato di un solo centimetro. D’altronde, ha già fatto il record del suo continente. La rincorsa è la solita composta ed apparentemente molto lenta, ma nel salto vola. 8.57m. Ha vinto.

Il paradosso enorme di questa gara è che i suoi due protagonisti assoluti si sono purtroppo persi, e non hanno più conquistato traguardi di questo genere, nonostante Howe avesse solo 22 anni e Saladino soltanto 24. E’ stato come un buco nella storia, l’unico dei 5 titoli mondiali assegnati tra il 2003 e il 2011 che Dwight Phillips non ha vinto. E’ stato un qualcosa di così assurdo che Phillips non poteva infierire. Senza essere fatalistici, è stato giusto così, dal suo punto di vista: l’ultimo dei 4 mondiali vinti lo ha vinto con il pettorale “1111“. Non ci sarebbe stato gusto a vincere il quinto mondiale con soli quattro “1” nel pettorale.

Ma come hanno fatto Howe e Saladino a finire la carriera lì?

Cominciando da Howe: il motivo per cui ricordare questa gara è molto doloroso per tutti gli appassionati di atletica italiani non è solo la sconfitta all’ultimo secondo, ma soprattutto il fatto che essa rappresenta ciò che Andrew è stato e ciò che sarebbe potuto essere per l’atletica italiana, se non avesse dovuto subire due operazioni al tendine d’Achille, e con tanti altri “se…“. Purtroppo il Record Italiano oggi è ancora quel pur stratosferico 8.47m. Tutti avranno pensato che l’Italia aveva trovato il suo campione. Purtroppo, tra infortuni, indecisioni tra la velocità ed il lungo (è stato mostruoso anche su 100, 200 e 400) così, a lungo termine, non è stato. Ma in questa sede possiamo solo ringraziare Andrew per le emozioni che ci ha fatto vivere e per averci messo il cuore, in quella gara e sempre. Non a caso non ha mollato, negli ultimi anni si è ripreso ed ha raggiunto buoni risultati, tornando sopra gli 8m nel lungo e facendo vedere ottime cose nei 200m e nei 400m, ed ora si sta preparando per Tokyo.

Saladino, invece, nella sua carriera ha sofferto quel mostro chiamato “sindrome da grandi manifestazioni“. Ha continuato a fare ottime misure, ma soffriva molto la paura di fare salti nulli, così ai mondiali del 2011 non si è qualificato alla finale, come a Londra 2012. E’ riuscito poi con tanto lavoro in allenamento a sconfiggere la paura di fallire che lo paralizzava nei momenti che contano, vincendo l’oro ai Giochi Sudamericani del 2014, prima di ritirarsi a 31 anni dopo quella gara.

Il lungo maschile di Osaka è stato dunque un uragano controcorrente, un’oasi che è andata contro il corso della storia. I due protagonisti assoluti si sono poi persi, ed il terzo arrivato che è stato il dominatore della specialità negli anni seguenti. Chi l’avrebbe mai detto quel 30 agosto.

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