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derek redmondOgni atleta, chi più chi meno, ha nel petto quel sacro fuoco d’Olimpia che fa porre un passo dopo l’altro, nella pioggia, nel caldo, nelle avversità. Non importa quanto male faccia, finché la linea d’arrivo non sarà passata.

Ci sono atleti però, che nella loro carriera sono andati oltre il loro ”semplice” compito di portare in fondo la gara, tirando fuori il vero spirito che chiunque calchi una pista dovrebbe avere, facendo onore a sé stessi prima che ai metalli preziosi raggiunti.


Alle Olimpiadi abbiamo visto di tutto in oltre 100 anni di storia: luminose vittorie, parametri superati, grandi sorrisi e immortali abbracci…ma anche tante lacrime.

Basta! Fermati! Queste sono le due parole che il corpo ha ripetuto più e più volte ai tre protagonisti di questo articolo, i quali però sono andati avanti, mentre la lucidità si stava facendo sempre meno, il dolore avanzava e la disperazione per un sogno accarezzato svaniva.

john akwari“Il mio paese mi ha fatto viaggiare 10mila chilometri non solo per cominciare la corsa,  mi hanno fatto viaggiare 10mila chilometri  per finirla”.

Queste furono le parole di John Stephan Akwari alla fine della maratona di Città del Messico 1968, una frase con un enorme senso del dovere e patriottismo, il tutto amplificato a leggenda per il modo in cui Akwari concluse le sue fatiche.

Al 19esimo km, Akwari cadde rovinosamente a terra contro il marciapiede. Ginocchio destro tremendamente ferito e forte contusione ad una spalla.

La maggior parte degli osservatori, vedendo le sue ferite, cercarono di chiamare aiuto per portarlo in ospedale, invece Akwari dopo aver ricevuto le cure mediche più veloci tornò immediatamente sul tracciato. Il suo passo, naturalmente, era ormai molto più basso, ma la sua volontà di completare l’evento era rimasta intatta.

Il sole andò giù, mentre Akwari arrancava lentamente verso lo stadio olimpico, con al seguito delle moto ad illuminargli il doloroso cammino.

Entrato nello stadio un’ora dopo il vincitore, iniziò l’ultimo giro allo stremo, trascinando la gamba ferita passo dopo passo, mentre la fasciatura iniziava a farsi più lenta, mentre i pochi rimasti sugli spalti iniziarono ad incitare il fiero esponente della Tanzania.

All’arrivo fu ultimo, per posizione forse, ma il suo nome è forse più ricordato del vincitore.


Da Città del Messico 1968, facciamo un discreto salto in avanti, veloci fino a Los Angeles 1984. Quell’edizione olimpica fu e verrà ricordata per l’eternità come la consacrazione del Figlio del vento Carl Lewis, il quale riuscì ad eguagliare Jesse Owens e vincere quattro ori.

Gabriela Andersen SchiessPer i più nostalgici, coloro a cui piace conoscere l’atletica per la passione che gli atleti vi hanno infuso e non solo per i risultati, Los Angeles verrà ricordata anche l’immortale gesto di Gabriela Andersen-Schiess.

Siamo sempre sul percorso di Filippide, e la svizzera Andersen-Schiess è appena entrata dentro lo stadio pronta per completare quei 42 km di fatica.

Ecco che febo purtroppo giocò un durissimo colpo alla atleta, la quale fu presa da un potente colpo di calore.

In quel momento, i passi della Andersen iniziarono a farsi sempre più scomposti ed i sensi le si annebbiarono ma nonostante tutto iniziò l’ultimo giro di quella fatidica maratona, non contro il cronometro ma contro sé stessa. I Medici le andarono incontro per soccorrerla ma lei li allontanò per non essere squalificata e finire ciò che aveva iniziato.

Cinque lunghissimi minuti di agonia servirono alla svizzera per completare il giro, barcollando, cadendo cercando la retta via, mentre il suo corpo lentamente cedeva di lato, mai scalfendo però quella voce che ti dice di andare avanti.

L’immagine della maratoneta distrutta fu trasmessa in tutto il mondo, e milioni di anime si accorarono all’estenuante gesto della tenace atleta, cercando di spingerla a finire. Passato il traguardo finalmente la Andersen potè lasciarsi andare, subito raggiunta dai medici per le immediate cure.

Quelle famose riprese e foto degli ultimi claudicanti passi della maratoneta svizzera che cosa sono, se non una vera e propria icona della perseveranza?



Dopo immani problemi fisici ed un ritiro olimpico, finalmente sembra giunto il momento della gloria eterna.

Derek Redmond è reduce da una gran vittoria nella 4×400 ai mondiali di Tokyo sugli americani e Barcellona 1992 sembra l’occasione giusta per far scrivere il nome dell’atleta inglese nell’albo dei dorati d’Olimpia.

dereck redmondArrivare in finale dei 400 è una mera pratica e tutto è pronto per la corsa conclusiva verso la gloria. Redmond parte deciso, con una notevole reazione allo sparo.

Finita la curva ed arrivati ai 150 m, qualcosa si spezza, ed il britannico inizia a zoppicare stringendosi il bicipite femorale destro.

Da quel momento nessuno guardò più la gara, compresa la TV, che riprese solo le fasi finali, concentrando tutti gli obiettivi su quell’uomo, fragile e nudo nei suoi sentimenti, mentre piegato su un ginocchio i pensieri iniziavano ad accumularsi, rabbiosi.

Redmond in quel momento prese in mano il suo orgoglio e decise che non poteva finire come a Seoul e si rialzò, zoppicando verso il traguardo.

Se i 400m sono chiamati ”il giro della morte”, quel giorno Redmond ha dato a questo epiteto una connotazione ancora più crudele.

Mentre Redmond Arrivava a 150 m dalla fine, dopo aver zoppicato e pianto per più di 100m, un uomo entra in pista eludendo controlli e giudici, andando a sorreggere l’atleta colpito nell’animo: era il padre dell’inglese, pronto a non far mollare il figlio.

Quando Derek si accorge che è il padre a sorreggerlo si lascia andare al pianto, quello che solo la vicinanza di un genitore può lenire.

L’ultimo rettilineo è una standing ovation di tutti i 113.000 dello stadio, i quali spinsero Redmond verso la fine, mentre il dolore affiorava sempre di più sul viso dell’atleta britannico, che in quel momento commosse tutto il mondo. Se chiedete a chiunque chi ha vinto quella gara, vi risponderanno Derek Redmond.

Cosa vuol dire essere un atleta? Cosa vuol dire avere lo spirito d’atleta? Chiedetelo a Derek Redmond.

Foto copertina: Swide.com

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