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Mario Pavan WhanauPensate di essere dei pupazzi in un teatrino di marionette. Pensate che tutto quello che avete intorno sia la vostra unica realtà. Il cielo di carta, le case in plastilina, le marionette che vi circondano. Vi hanno educato a pensare che questa sia la realtà. Nient’altro. Ora pensate che qualcuno arrivi e strappi violentemente quello che fino a quel momento pensavate fosse il vostro cielo. E vi accorgete che non era altro che carta. E tutto inizia a splendere di luce nuova. Una luce che vi rimarrà dentro per molto tempo. Colori, sensazioni, sfumature di vita diverse dall’ordinario che si depositeranno sul fondo dei vostri occhi, rendendoli più profondi. Più vivi.

I protagonisti della storia che sto per narrare sono due ragazzi della Onlus Whanau con una passione in comune: l’atletica. Uno sono io: Mario Pavan, quattrocentista pavese cresciuto nella Cento Torri e svezzato da Pietro Farina, l’altro si chiama Enrico Tirel, quattrocentista ad ostacoli di grande esperienza che corre per la Biotekna Marcon allenato da Andrea Barp.


Uniti dal credo che l’atletica sia mezzo di educazione e crescita collettiva siamo partiti con una valigia piena di sogni. Col passare dei giorni però i sogni hanno lasciato spazio agli sguardi appassionati di chi l’atletica, prima del nostro arrivo, non sapeva cosa fosse. Sì, per quanto possa sembrare strano a dirsi, nella realtà in cui siamo stati catapultati l’atletica era qualcosa di sconosciuto ai più. Un foglio bianco su cui scrivere le prime righe, una tavola di marmo liscia nella quale incidere i primi caratteri, creta informe da modellare. La situazione ideale per due giovani che non vedono l’ora di trasmettere al mondo la propria passione. Una sfida stimolante che ci ha permesso di vedere l’atletica da un’altra prospettiva, comprendendone il fondamentale valore educativo e l’utilità sociale. Perché Whanau significa “educarci a diventare famiglia”, e quale mezzo migliore dell’atletica per farlo?

“Whanau for Atheltics” è nato a marzo di quest’anno e in pochi mesi, nonostante gli impegni universitari, siamo riusciti a realizzare il progetto pilota anche grazie alla società Cento Torri Pavia che ci ha fornito del materiale utile alla missione.


Il villaggio in cui abbiamo operato, Manungu, si trova a pochi minuti di strada dalla cittadina di Monze e può contare su un ampio territorio ricco della risorsa più preziosa: i bambini. Ogni giorno il nucleo dell’atletica contava infatti al minino 40 ragazzini tra gli 8 e i 12 anni che aumentavano durante le manifestazioni con più richiamo come il Challenge di staffette e le Olimpiadi.

A livello pratico le attività si snodavano in due momenti fondamentali: il primo si svolgeva al mattino con i ragazzi più grandi (dai 18 ai 22 anni) che venivano formati come allenatori, al secondo invece, nel pomeriggio, prendevano parte i bambini con cui i giovani “trainers” potevano testare le competenze imparate durante la mattinata con noi. In questo modo è stato possibile monitorare quotidianamente l’efficacia del nostro lavoro che ha iniziato a dare i suoi frutti già dal pomeriggio del primo giorno. Le occhiate che ci scambiavamo io ed Enrico non avevano bisogno di parole, l’emozione nel vedere che ciò che si era appena seminato stava già germogliando rigogliosamente in quella terra arida riempiva i silenzi di gioia e orgoglio. E intanto ogni giorno il piccolo appezzamento di terreno adibito all’atletica si arricchiva, diventava sempre più vivo. I trainers aumentavano e la passione per questo “nuovo” sport dilagava nel villaggio.


Enrico Tirel WhanauÈ per questo che il futuro del progetto vuole essere quello di riuscire a costruire a Manungu una piccola pista di atletica per ospitare al meglio tutti i nuovi campioni che hanno accolto questo sport a braccia aperte. Viva testimonianza della passione che ha travolto il villaggio sono state le Olimpiadi organizzate per l’ultimo giorno. Una festa generale che ha coinvolto una sessantina di bambini pronti a contendersi la vittoria finale sui circuiti preparati ad hoc. Gli sguardi agguerriti mentre saltavano gli ostacoli, concentrati quando si preparavano sui blocchi, sorridenti quando tagliavano il traguardo per primi. Il tifo forsennato degli spettatori e le nostre urla di esaltazione per i finali di gara tirati. Un’esperienza di sport totale. Una conclusione che si pone come punta di diamante di un progetto che ha riscosso un successo quasi inaspettato. Per farlo abbiamo però bisogno di estrema collaborazione da parte di tutti gli organi competenti affinché si lanci un messaggio forte in un ambiente in cui l’atletica fa sempre più fatica ad alzare la voce.

Lancio del disco, salto in lungo, getto del peso, corsa a ostacoli. Di più: velocità, partenze dai blocchi, salto in alto, staffette. Ogni giorno trovavamo nel villaggio ragazzi che con un’immensa forza di volontà volevano imparare qualcosa di nuovo.


Nei loro occhi si leggeva la sete di sapere, la voglia di sfruttare ogni singola opportunità che la loro terra gli avrebbe dato. In quel caso noi eravamo l’opportunità. Opportunità di dare una “casa” a tutti quei bambini che altrimenti avrebbero passato le giornate per strada, di tenerli lontani dai cancri sociali che succhiano via la Vita. La Speranza. E se è vero che a loro abbiamo insegnato qualcosa, è altrettanto vero che da loro abbiamo imparato molto. Perché l’Africa è così. Una donna che senza nulla chiederti in cambio ti dona tutto ciò che ha. E forse è a causa di chi si è approfittato della sua disponibilità che è diventata così arida. Ma non di speranza. Quella abbonda nelle mani, nelle gambe, negli occhi delle persone con cui ogni giorno condividevamo una parola, uno sguardo, una stretta di mano.

Mai avremmo pensato di essere accolti così, a diecimila kilometri da casa, in un luogo di tensioni e problemi, dove però il messaggio educativo e di crescita dello sport è stato chiaro fin da subito e non si è perso un secondo in chiacchiere poco costruttive che nel nostro mondo rubano spazio e tempo a quello che conta davvero.

“E tutto inizia a splendere di luce nuova. Una luce che vi rimarrà dentro per molto tempo.”

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